Per ritornare a crescere
Relazione di Enrico Gherghetta, coordinatore del Patto per lo sviluppo della provincia di Gorizia. "Oggi parliamo di crisi con la consapevolezza che il peggio forse è passato ma che la ripresa sarà lenta. Questo significa ancora disoccupazione per lungo tempo e significa che le ragioni della crisi non sono state aggredite ne risolte, e forse nemmeno comprese.Non è una questione di ottimisti o pessimisti, quella serve solo alla propaganda, ma di dati reali: la Commissione europea ha previsto che l’Italia ritornerà ai livelli del PIL 2007 appena nel 2015, con un consistente aumento del debito pubblico fino al 118%, e il tutto con un aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito a sfavore dei redditi delle famiglie dei lavoratori italiani soprattutto precari e del terziario “qualcosista”.
E nel pulviscolo di piccole e piccolissime imprese operanti nel commercio, nel turismo, nell’artigianato di servizio già si conta un rilevante numero di «vittime».
Come dire: ripresa lenta e pagano sempre gli stessi, i più deboli e i meno garantiti.
Nella nostra Provincia si aggiunge a ciò la crisi di importanti industrie, Ineos, Carraro, Eaton per citarne alcune e difficoltà di ordini per altre, come Fincantieri, Ansaldo, Fantuzzi Reggiane, Italsvenska.
Oltre a particolari difficoltà nell’agricoltura, come sentiremo nell’approfondimento.
La struttura regge, ma che fatica!
Ciò nonostante la disoccupazione isontina si mantiene sempre al di sotto della media nazionale, e almeno in questa fase la ritrovata centralità geografica agevola insediamenti commerciali ed industriali, al punto tale che serve espandere le zone produttive e industriali.
Lo avevamo detto tempo fa, noi diamo due mani all’economia, con una difendiamo l’esistente e con l’altra costruiamo nuove occasioni.
Il dramma è che questo bagno di sangue rischia di diventare improduttivo.
Avevamo detto, erano in tanti a dirlo, che nulla sarebbe stato più come prima, ma tutti oggi si interrogano su quando finirà e pochi su cosa fare affinché la crisi non risucceda di nuovo.
Infatti l’economia di carta che si è mangiata l’economia vera, e poi ha finito per mangiare se stessa, continua a riprodurre i suoi virus con la speranza che tutto cambi affinché nulla cambi.
Qualcuno ha detto che siamo una società testardamente replicante, la realtà è che la maggioranza delle famiglie è patrimonializzata e la casa non si tocca..
Purtroppo non sarà così che ritorneremo a crescere.
Non basta quella che il Censis chiama “la stressata resistenza delle famiglie italiane”.
Basta vedere il grande movimento sullo scenario internazionale: i G8 non esistono più o perlomeno non servono più. I G20 sono legati mani e piedi all’asse USA-Cina.
È altresì evidente ormai a tutti che il modello di sviluppo debba essere ripensato e non solo in chiave ecologica, ma anche sociale e democratica.
Per ritornare a crescere bisogna fare una cosa sola: cambiare.
Ed è sempre il tempo di cambiare insieme.
Sfruttare al meglio i nostri vantaggi aiuta ma non è sufficiente. Non possiamo confondere azioni tampone con una strategia a lungo periodo, finiremmo per avere un brusco risveglio.
Ricordiamoli comunque questi nostri 5 piccoli ma significativi vantaggi, che con successo sta portando avanti il nuovo Patto per lo sviluppo:
1. Il porto più al nord del Mediterraneo, e quindi quello più vicino al centro Europa
2. La prima pianura provenendo da est, assieme alla valle del Vipaco e alla bassa pianura friulana, luogo naturale di insediamenti produttivi e di commerci
3. La soglia di Gorizia, ovvero l’unico valico di pianura delle Alpi, dove far passare infrastrutture viarie senza danni ambientali
4. La terza Provincia italiana per sicurezza criminale, e quindi luogo tranquillo per investimenti sicuri
5. La Provincia dell’integrazione che ha imparato dalla storia del confine mobile a far convivere razze e culture diverse. Chi più integra, più cresce
Sono utili ma non sufficienti perché tutti oggi nel mondo occidentale investono in infrastrutture e lavori pubblici, un po’ per sostenere in modo keinesiano l’economia e un po’ perché si preparano a essere competitivi e attrarre capitali. Non farlo è un suicidio, ma farlo da solo non basta.
In una economia di carta le infrastrutture non servono.
In una economia drogata dalla finanza, la concretezza diventa un optional.
In una economia rigida e chiusa, i capitali non vengono.
Dopo la crisi del 29’ molti Stati attuarono politiche incentrate sul nazionalismo come collante identitario e su forme di autarchia più o meno marcate: oggi si diventa poveri solo a pensarlo.
Che piaccia o non piaccia non esiste altra strada ad una società aperta e intergrata, dove lo sviluppo sia condiviso dalla popolazione e dove l’apertura ai diritti individuali e la flessibilità del sistema a tutti livelli riescano a convivere con il bisogno atavico di identità.
È assodato che chi terrà assieme sviluppo e identità nel nuovo scenario globale vincerà la sfida della crescita. La chiamano “comunità aperta”.
Ricordiamoci che crescere non vuol dire perseguire ”il più” ma perseguire “il meglio”.
· Cambiare significa quindi impostare un nuovo modello di welfare incardinato sulla persona e i suoi diritti e non sull’appartenenza sociale o etnica, ridurre il divario tra persone ricche e persone povere, aumentare la mobilità sociale, premiare il merito, distruggere le corporazioni, coniugare flessibilità e garanzie.
· Cambiare significa estendere ed investire sulla green economy per rendere sostenibile e reale il modello di crescita. Investire sulla innovazione, la ricerca applicata, il sapere, l’università, la conoscenza, la competenza. E non certo il nucleare.
· Cambiare significa costruire istanze democratiche sostanziali e non più solo formali, combattere la privatizzazione della democrazia, il predominio delle oligarchie e dei clan.
Sociale, innovazione, democrazia: le tre sfide della globalizzazione.
In poche parole, il cambiamento che serve per ritornare a crescere ha bisogno di ridare sovranità al popolo e alle sue istituzioni, perseguendo il bene collettivo e non la ricchezza di pochi. Una società libera e aperta che ritrovi il senso di un cammino comune per se e per le generazioni future. Una società che investa sul sapere e sappia dare fiducia alle idee nuove.
Senza un sistema scolastico di eccellenza non ci sono idee nuove.
Senza idee nuove non c’è ripresa e non c’è futuro.
Tanti si riempiono la bocca oggi parlando di riformismo; ebbene, essere riformisti significa avere idee nuove per il bene comune.
Oggi neppure i pasdaran di Wall Street pensano più che il mercato si possa autoregolamentare ed è diventano luogo comune affermare che Bretons Wood va rivista. Il problema è che le istituzioni democratiche mondiali sembrano troppo deboli e divise per metterci mano.
L’Europa in particolare dovrebbe essere Stati uniti d’Europa da più di un decennio per pensare di svolgere un ruolo da protagonista e non come oggi che non è ne carne ne pesce. Il passo è troppo lento per un continente che ha il pericolo nazionalista e xenofobo dietro ogni angolo.
È pur vero che razzismo e nazionalismo significano morte e miseria, ma non sottovalutiamo il fatto che in tutto il mondo ci si interroga su come i cambiamenti globali incidano sulla tenuta delle democrazie e sul contenimento delle disuguaglianze.
Il rischio che il mondo esca da questa crisi con più fanatismo e senza il bagaglio di valori democratici e liberali affermati nel secondo dopoguerra è più che reale.
Non è un caso se la parola più usata dagli economisti di tutto il mondo in questo inizio di terzo millennio è “disuguaglianza”. Tutto ciò deve farci riflettere, anche perché nessuno può chiamarsi fuori.
La globalizzazione, i processi qui illustrati, la crisi, non sono una cosa a parte di noi, come ben sanno le famiglie isontine, ma parte del nostro presente e del nostro quotidiano.
Le mancate scelte in economia, il basso tasso di innovazione, il welfare per pochi, il predominio delle oligarchie significano bollette più care, lavoro che non si trova, lavoro che si perde, minor potere di acquisto, vita più grama, insicurezza del domani, abusi e umiliazioni.
Su sociale, innovazione e democrazia siamo tutti chiamati a fare la nostra parte.
Come è possibile che in Italia ci siano persone che guadagnano milioni di euro all’anno e milioni di famiglie che a malapena arrivano a 1000 euro al mese?
Non è populismo farsi questa domanda. Paul Krugman, premio Nobel economia 2008, afferma che possiamo accettare qualche individuo immensamente più ricco della media ma non un numero rilevante di questi più ricchi della media, perché altrimenti significa che la disuguaglianza sta aumentando e si comprime la base del sogno democratico e liberale, ovvero la middle class, la classe media, la famiglia media, in tutte le sue eccezioni di famiglia.
Solo una famiglia media estesa e solida garantisce un modello di sviluppo che ricominci a crescere. Gli eccessi, in economia come nella vita, procurano solo danni.
Chi governa deve prendere come riferimento gli interessi della famiglia media ancorché patrimonializzata e non quelli degli immensamente ricchi.
È una vergogna che in Italia non esista un tetto per i manager, pubblici e privati. Negli USA sono stufi di averlo. In Giappone lo spirito di servizio è talmente forte che i manager pubblici e privati a malapena hanno un reddito superiore ai dipendenti.
Sarà pur vero che siamo una società fortemente individualista, ma dobbiamo renderci conto che non abbiamo le risorse per reggere questi privilegi. Tutto a tutti sarà anche uno slogan elettorale di successo, ma i numeri ci parlano di una Italia dove a tutti sono stati dati solo gli avanzi.
Questa volta però non c’è alcun povero Cristo da mettere in croce, questa volta l’Italia deve fare i conti con se stessa e decidere cosa tenere e cosa cambiare.
Ciò rende il nostro percorso più difficile degli altri Paesi europei.
Infatti non basta chiedersi perché non cresciamo oggi, ma perché non cresciamo negli ultimi 20 anni. Questa è la domanda vera e rimanda ad una politica di riforme strutturali ben più impegnative dei soliti pannicelli caldi autoconsolatori che ci propina la televisione. Ci rimanda ad un paese che stenta a risentirsi comunità.
Non è vero che è tutto relativo.
Come afferma il Papa, “il relativismo arido alimenta la diffidenza nel cammino dell’uomo, la sfiducia negli altri, la paura del domani e annebbia il significato delle cose e delle azioni.” Per ridare fiducia non basta offrire protezione. Dobbiamo offrire prospettive di futuro e opportunità.
Sarebbe ora che anche le menti più ottuse si rendano conto che fare sistema non significa ridurre i protagonisti ma farli lavorare come una squadra; è la differenza tra government e governance, tra dittatura e democrazia, tra io e noi.
Scrive sempre il Censis nel rapporto 2009.
“L’individualismo vitale è sempre meno capace di risolvere i problemi della complessità che lo trascende, il soggettivismo etico mostra la corda rispetto all’esigenza di valori condivisi, la spietatezza competitiva e la carica di egoismo che derivano dal primato della soggettività hanno creato squilibri e disuguaglianze sociali che pesano sulla coesione collettiva”
È troppo difficile essere e sentirsi comunità? Non è questo il luogo della identità riconosciuta e del suo divenire? Il luogo della sicurezza e della appartenenza, della memoria e della speranza nel futuro? Nessuno deve essere lasciato solo, è questo il welfare che non c’è in questo Paese, e non a caso si chiama welfare-comunity.
Anche il concetto di sicurezza è legato a quello di comunità. Una volta i nostri nonni lasciavano le porte di casa aperte, oggi il più grande sconosciuto abita nel tuo stesso condominio. Qualcosa è cambiato. Non ha importanza se allora i reati erano maggiori o minori, ci si conosceva tutti e ci si sentiva meno insicuri del domani.
Non c’è sicurezza senza fiducia, perché essere sicuri significa prima di tutto sentirsi sicuri..
Ritornare ad avere fiducia significa vivere meglio, significa rispondere alle mille paure del tempo moderno: paura della crisi, paura di perdere il lavoro, dell'immigrato, della criminalità, della povertà, della solitudine.
Paura per il futuro del mondo e per i nostri figli che dovranno viverci.
Tutto questo si fa pensando di più alle persone e stando più vicini ai cittadini, quello che fanno Comuni e Province: usando uno slogan si può dire: la Repubblica più vicina al cittadino. Da lì bisogna ripartire per ritornare a crescere.
È inutile andare a cercare tante eccellenze qua o là, la nostra eccellenza è il territorio, scrive il Censis “sua eccellenza il territorio”.
D’altra parte la nostra azione è stata caratterizzata in questi anni con solo questo obiettivo, rendere il territorio una eccellenza e prepararlo alle sfide della globalizzazione e della apertura dei confini.
Ciò ha significato una serie di Protocolli di intesa che agivano sulla struttura della offerta isontina, in particolare sulla viabilità, sulla edilizia scolastica e sulla edilizia sportiva. Un tris di interventi notevoli e strutturali che tendono a rendere competitivo il sistema e a salvaguardare la coesione sociale e il senso di comunità.
Su questi protocolli è inutile aggiungere altro, sono e rimangono le colonne portanti della nostra azione amministrativa e della nostra capacità di fare sistema tra Provincia, Comuni e Regione. Da molti punti di vista sono un modello di buona amministrazione unico nel suo genere in Regione.
Il battente di opere pubbliche della Provincia di Gorizia per il 2010 sarà in questo senso notevole. in totale prevediamo opere in realizzazione e progetto per oltre 27 milioni di euro.
Tutti i Comuni sono altresì impegnati in opere pubbliche con un forte investimento finanziario.
Se si pensa che contemporaneamente sulla viabilità la Regione sta realizzando importanti arterie turistiche e logistiche per oltre 200 milioni di euro, possiamo dire che tutti stanno interpretando al meglio la nuova centralità geografica.
A fianco di questa azione sulle strutture abbiamo in questi anni messo in campo un’altra forte iniziativa sulla valorizzazione del territorio dal punto di vista turistico, naturalistico, enogastronomico e storico.
Due progetti forti, Marketing Collio e Carso 2014+ sono in via di realizzazione per circa 8 milioni di euro, a cui nel 2010 si aggiungerà il Progetto Isonzo con l’obiettivo di ottenere un fiume fruibile, sano, sicuro e balenabile.
Se a ciò si aggiungono gli investimenti su Grado della GIT e della Regione, possiamo dire che l’offerta turistica, oltrechè sostenuta da una offerta ricettiva di qualità come l’agriturismo, si esprime in tutta la sua potenzialità nella nostra Provincia.
Collio, Carso, Isonzo e litorale sono il “core bussines” di una offerta turistica ovviamente più ampia e articolata, valida per tutte le tasche e per tutti i gusti, dalla cultura alla natura, dalla nautica di diporto alla storia. Ciò mette in moto una miriade di soggetti attivi e di iniziative di contorno che rendono il nostro territorio bello, interessante, piacevole, accogliente.
Avere però un pacchetto turistico attrattivo su 4 assi non è cosa da poco, stante la centralità geografica del territorio e la facilità di raggiungere Venezia, Trieste, Lubiana, mete turistiche sempre ambite.
La stessa realizzazione dell’IKEA può in questo contesto essere vista come attrattiva dello shopping e fungere da volano a sua volta per gli altri settori. Ecco cosa significa fare sistema, far lavorare i protagonisti in squadra.
In sostanza, tra protocolli di intesa sulle infrastrutture e potenziamento dell’offerta turistica, il nostro obiettivo è semplice, sfruttare al meglio la nuova centralità geopolitica dell’Isontino a seguito del superamento dei confini, facendo in modo che merci e persone non solo passino di più da noi ma trovino ragioni e interessi per fermarsi di più da noi.
Ecco perché diventa centrale il ruolo del porto e di nuove zone produttive, ecco perché dobbiamo superare una visione artigianale e localistica del turismo e fare promozione ad alti livelli.
Offriamo alto, perché siamo una comunità aperta e accogliente che ha fatto del suo territorio una eccellenza.
D’altra parte, una volta un ViceMinistro della Repubblica italiana ebbe modo di dire che quando il Corridoio 5° arriverà a Venezia anche gli orbi vedranno che il passaggio naturale è per Gorizia.
Noi lo abbiamo visto prima, e sfruttiamo tutte le occasioni per prepararci. Senza polemiche e senza primi piani, quelli li lasciamo ad altri, sappiamo che i nostri vantaggi geografici sono reali e sappiamo che l’asse mare-Lubiana, che passa per Villesse e Gorizia e va su per la valle del Vipaco, rappresenta non solo un asse viario ed economico, ma anche sociale, culturale, turistico, identitario. Un sistema robusto che apre mille occasioni e che soprattutto sta in piedi da solo perché non è economia di carta ma economia reale.
Una forte integrazione tra i porti dell’alto Adriatico, una solida presenza di aree di pianura per le merci, una viabilità di primo ordine, ecco il Distretto logistico transfrontaliero che con l’asse ferroviario Gorizia-Lubiana chiude il cerchio di un modello che non si esaurisce nell’alta velocità, ma promuove tutto il territorio, e lo fa in tempi relativamente brevi e a costi relativamente sostenuti.
A tutto ciò sarebbe bello dare il contesto di una Europrovincia, che può essere la somma di vari strumenti ma che si deve caratterizzare nel segno del “fare”, perché ciò che deve essere però chiaro a tutti è che non basta più declamare l’Europa, è tempo di fare Europa.
E l’Europa è primo di tutto unità a pari condizioni, è armonizzazione dei sistemi fiscali e del costo del lavoro: quello che qui non sta avvenendo.
Dopo tanto blaterare a vanvera su mille istituzioni europee che dovevano arrivare a Gorizia, dobbiamo prendere atto che al di là di qualche convegno non è arrivato nulla, anzi meno di nulla, e che la famosa fiscalità di vantaggio per le nostre aree è morta prima di nascere come il rinnovo del Fondo Gorizia e della zona franca.
È bello sentirsi dire che dobbiamo investire in qualità ma le nostre imprese pagano il 30% di tasse in più che in Slovenia e il costo del lavoro è il 33% più caro in Italia a parità di reddito per il lavoratore. Altro che fiscalità di “vantaggio”, saremmo contenti se ci togliessero un po’ di fiscalità di “svantaggio”.
Può essere tutto ciò solo un problema nostro? Dov’e la Regione? Dov’è lo Stato? Dov’è l’Europa?
Noi porteremo con forza questi argomenti a tutti i livelli e ci aspettiamo risposte chiare, da parte di tutti.
Gli isontini si mettono in gioco per ritornare a crescere, lasciateci farlo.





